La banalità al potere.

Ovvero "La saga dell'ovvio"

di Canio Trione   

  

Al posto della fantasia o della competenza sembra che si sia scelto di mandare al potere la banalità!!

Questo emerge dalle recenti affermazioni in tema di politica economica meridionalista del prossimo futuro: i soldi per lo sviluppo? Basta ridurre le spese superflue (Marcegaglia).

Cosa fare per il Sud? Si sa, sicurezza, infrastrutture e, più generalmente, spendere i danari del contribuente (Fini) …

Cosa è la questione meridionale? Questione nazionale (Tremonti, Fini e altri).

Come si fa a far crescere l’Italia? Basta far crescere il Sud (Schifani).

La politica mediterranea? Attraverso lo sviluppo del Sud che sta al centro del Mediterraneo (Fini).

E via vaneggiando con frasi e concetti che ci propinano da secoli e, vista la loro provata banalità, sono più adatti alla mitica casalinga di Voghera che a persone che asseriscono di saper governare.

Per fare l’elenco di queste opinioni si è scelto di profittare di un convegno dei giovani confindustriali evidentemente reputati bisognosi di essere informati di tale profluvio di stupidaggini.

Stupidaggini rimbalzate nelle case di tutti noi grazie al dispiegamento di tutti i mezzi dell’informazione di tutt’Italia.

Mai è passato per la mente di lor signori che la situazione cronica del Mezzogiorno potesse essere imputabile proprio alla politica sbagliata che si è perseguita in tanti anni. Il Presidente Fini ha già tracciato la linea: nelle prossime dieci finanziarie si dovrà prevedere un capitolo specifico per il Sud; un modo politichese per dire che in tutte le prossime sessioni di bilancio dovranno prevedersi un pò di miliardi da destinare alle imprese (naturalmente per la più parte del Nord e confindustriali) che avranno il compito di realizzare queste opere faraoniche e tutte le altre che servirebbero a far decollare il Sud. In questa ottica è sospetta la prontezza con la quale Confindustria e la grande informazione del Nord si stiano impegnando a preparare il terreno alla politica “meridionalistica” prossima ventura.

Nessuno ha parlato delle micro imprese del Sud che devono combattere tutti i giorni contro la burocrazia statale, fiscale e previdenziale; né per garantire la sopravvivenza di quelle imprese né per favorirne la crescita. Nessuno ha ipotizzato di costruire lo sviluppo partendo dalle imprese esistenti e non da quelle venute da altre parti.

Nessuno si è preoccupato del costo ulteriore (prodotto dalla realizzazione di queste proposte) da scaricare sul contribuente anche meridionale (quanto meno in termini di mancata riduzione delle tasse).

Men che meno è emersa l’ipotesi di studiare un modello di sviluppo meno centralizzato e quindi meno burocratico e più vicino all’ambiente e alla cultura delle popolazioni interessate. Nessuno ci dice che merci dovrebbero produrre quindici milioni di persone (opportunamente introdotte nel futuro sistema produttivo meridionale) che abitano il Mezzogiorno che non siano già prodotte e stivate nei magazzini dell’invenduto di tutte le fabbriche del mondo.

Discorsi che cadono, temporalmente, proprio nel momento in cui la Grande Crisi non solo non ha allentato la sua terribile morsa sui conti della gente ma comincia a riaffacciarsi anche in Borsa.

In tutto questo dibattito il Sud non parla.

Sono assenti i rappresentanti delle categorie; in altre faccende affaccendati i politici meridionali; completamente venduta la classe dei notabili locali.

Cosa dire poi delle Università meridionali? Da esse potrebbe venire un contributo autorevole al dibattito. Mai nulla. Quindi cosa vogliamo? Se si prendono per oro colato anche banalità così evidenti, si è implicitamente correi della situazione che si è venuta a creare; e si sa, “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.

 

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