Democrazia nel PD

di Clemente Pansa   

  

Da un Partito che si chiama “Partito Democratico” e che fa della “Democrazia” (almeno a parole) una scelta politica ed una prerogativa irrinunciabile, arrivando persino ad accusare altri di non osservare e praticare questo costituzionalissimo principio, ci si aspetterebbe, di fronte ad un “dissenso” interno, una maggiore comprensione ed una più disponibile apertura al dialogo.

Se così non fosse, che razza di “democrazia” praticherebbe?

Tutto questo preambolo per far meglio comprendere quello che è successo all'interno del democraticissimo “Partito Democratico”.

Il fatto.

Il Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, intervenendo nella crisi politica e di identità, che ha visto coinvolto il PD in questi ultimi tempi, ha impudentemente e spudoratamente proposto la “rottamazione” di tutta la classe dirigente del partito.

Naturalmente la cosa ha suscitato forte irritazione nei vertici del Partito stesso. “Ma come si permette, questo sbarbatello?”, avranno pensato Bersani & Co. e quindi non si sono fatte attendere le immediate e prevedibili reazioni da parte dei “candidati alla rottamazione”...

In particolare, il Governatore della Regione Toscana, Enrico Rossi, ha preso carta, penna e calamaio ed ha scritto: «Renzi scarica il segretario e tifa Vendola? Allora abbia il coraggio di uscire dal Pd. Io di sicuro sto con Bersani, eletto dal nostro popolo. Lo statuto parla chiaro, il segretario è il nostro candidato premier. Non ce ne devono essere altri». Poi aggiunge ancora: «Non posso accettare il linguaggio del sindaco, non si possono usare parole come "rottamazione" a proposito dei vertici del Pd. Se uno milita in un partito deve prima di tutto avere rispetto per gli altri e parlare in modo educato».

É ovvio che non ho la benché minima intenzione di entrare in una polemica che è tutta interna al PD e del quale, grazie a Dio, non ne faccio parte, ma come cittadino osservatore dei fatti della politica che possono avere influenza sulla governabilità del Paese (democratico, appunto), mi sento autorizzato a dire la mia ed a fare le considerazione che il caso richiede.

Premesso che il Governatore della Toscana, o chi per lui, ha la piena libertà ed il sacrosanto diritto di vergare su un pezzo di carta tutte le considerazioni che vuole e rivolte a chiunque, il punto non è questo.

La cosa che non si può accettare da questi signori, è la pretesa di essere essi soli i tenutari della Democrazia e la sfrontatezza di essere i soli a  poter rilasciare agli altri (per lo più avversari politici), in funzione delle proprie convenienze, l'attestato di “democratico”.

Fin dai remoti tempi del dopoguerra, il Partito d'Azione prima, il PCI poi e, tralasciando la “Cosa” di Occhetto, il PDS, i più recenti DS, fino ad arrivare all'odierno PD, si sono sempre arrogati il diritto, divinamente autoriconosciuto, di considerare o no democratico quel tale partito ovvero quella determinata persona.

Il criterio di tale riconoscimento, tuttavia, è sempre stato strettamente legato ad un sano principio sancito dalla (loro) democrazia: “Chi non la pensa come noi, non è democratico”, ergo, quel partito, ovvero quel singolo, risultava “bollato” per l'eternità.

C'è ancora qualcuno che si ricorda del famigerato “arco costituzionale”? Chi se l'era inventato?

E, naturalmente, in questa ottica di giudizi e pregiudizi, neanche il povero Renzi si è potuto salvare. Nessuno, infatti, è immune dagli effetti di codesta ferrea regola che da oltre sessant'anni caratterizza la storia e l'evoluzione (?) del PD a partire, come già visto dal Partito d'Azione.
Ma ritorniamo ai giorni nostri.

Il segretario del PD, Pierluigi Bersani, intervenendo all'inaugurazione di una nuova sede del partito a Firenze, ha candidamente affermato che “In questo agosto terrificante abbiamo visto come il secondo tempo del berlusconismo possa far regredire la politica alla fogna: questo è il rischio che abbiamo davanti”.

La dichiarazione non ci ha scandalizzato più di tanto. Ormai il livello della tenzone politica è sceso così in basso che, a questo punto, niente più ci meraviglia.

Quindi non commentiamo, né tanto meno censuriamo (hai visto mai che la censura ci faccia perdere lo status di democratico?) le parole del segretario Bersani. Lasciamo che sia lui stesso a rendersi conto della gravità insita nelle parole espresse e faccia ammenda chiedendo scusa.

Quello che, però, oggi ci aspettiamo, è che il Governatore della Toscana, Enrico Rossi, riprenda carta, penna e calamaio e, applicando il concetto utilizzato per Renzi, scriva, stavolta, a Bersani dicendogli: «Non posso accettare il linguaggio del Segretario, non si possono usare parole come "fogna" a proposito di milioni di Cittadini Italiani che hanno votato Berlusconi. Se uno milita in un partito” (ed io aggiungerei, DEMOCRATICO) “deve prima di tutto avere rispetto per gli altri e parlare in modo educato».

É forse chiedere troppo?

Ma sappiamo tutti che ad Enrico Rossi è finito l'inchiostro  (rosso, naturalmente) e non potrà mai scrivere questa lettera.

 

 

 

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