

Partiti Meridionalisti
di Canio Trione
Il fatto che della
questione meridionale non si parli ha varie ragioni.
In primis perché l’unica ricetta esistente (lo spostamento di risorse
“da spendere bene”) ha dimostrato di non essere credibile quindi non vi
sono paladini se non interessati che la sostengano; non è credibile per
i fallimenti recenti e meno recenti, per la classe politica meridionale
certamente inadatta di qualunque parte politica sia, per la
impossibilità della Lega a far digerire al proprio elettorato una
strategia così tanto avversata nel passato e nel presente. Non è cioè
pensabile restituire credibilità ad una politica semplicemente dicendo
che “questa volta spenderemo bene i soldi del contribuente”.
Secondariamente perché esiste una questione settentrionale forse ancor
più grave di quella meridionale di cui non si può parlare per non
distruggere la poca fiducia ancora esistente; questione che salta agli
occhi se si ricollega quella economia alla crisi sistemica occidentale
che non si è ancora capita neanche in parte. Che senso avrebbe infatti
insistere con politiche dell’offerta in una fase nella quale è
drammaticamente assente la domanda? Che futuro promette ai produttori di
oggi (settentrionali) e di domani (le costituende aziende meridionali)
in una situazione di iper prodotto? Che cosa si deve far produrre al
Nord per uscire dalle secche? Che cosa si deve far produrre al
Mezzogiorno perché si inserisca senza disturbare i mercati dei Poteri
Forti nazionali ed internazionali? Non vi sono risposte e quindi non vi
sono ricette.
Quindi non si parla di Sud perché nessuno ha nulla da dire di credibile,
almeno per lo stesso che scrive.
Quindi plaudo allo sforzo del Sole 24 Ore e del prof. Trigilia (che
leggo oggi 23 luglio) unitamente al contributo del direttore Polito, ma
rimango scettico. La realtà è che oggi qualche testata ha ripreso
l’argomento perché si sta aprendo una questione tattica interna agli
schieramenti politici: si spacca qualcosa negli equilibri nazionali?
Oppure no? Altro che Mezzogiorno! La questione è altra ed è di
schieramento.
Appena la questione sarà acquetata i meridionali torneranno all’ignavia
di sempre con buona pace del resto del Paese che potrà parlarne a
proprio piacimento certa di non trovare nel Sud neanche un
interlocutore. In questa visione così pessimistica mi affretto per non
lasciare nulla di intentato e pur nella certezza di non trovare
ospitalità nelle pagine del Sole 24 Ore, a ribadire taluni concetti che
hanno trovato unanimi consensi nei circuiti mediatici meridionali.
A ben guardare la questione del Sud è la stessa di quella del Nord. Fino
a che la invadenza dello Stato nell’economia sarà dell’attuale livello,
il Sud non decollerà e al Nord si sopravvivrà come fa oggi: un po’ di
commesse pubbliche, un po’ di esportazioni, un po’ di assistenze, un po’
di abnegazione di imprenditori e lavoratori, un po’ di evasione e tanta
infondata fiducia che prima o poi qualcosa cambierà. Da anni infatti
tutto il sistema produttivo nazionale è ingessato dalla mancanza di
convenienza ad intraprendere: senza un aiuto fiscale non si investe
(vedi la defiscalizzazione degli utili reinvestiti); senza l’Expo (cioè
senza spesa pubblica) non si ipotizza un rilancio di città come Milano
che era il modello nazionale della libera iniziativa economica; senza
cioè qualcosa di pubblico le imprese esistenti non
producono uno sviluppo appena decente. Bisogna quindi inventare un
modello di sviluppo che non sia dipendente dal doping pubblico ma
autogeno e quindi capace di produrre il superamento del ritardo
economico meridionale. Questo superamento costituirà il laboratorio di
idee e di esperienze da applicare nel resto del Paese. Sembrano idee
quasi scontate ma ancora nessuno le pone nel modo corretto. Quindi
Mezzogiorno non più zavorra ma modello per il futuro del Paese che così
com’è non va da nessuna parte.
La necessità di trovare una via alternativa allo sviluppo deve passare
attraverso taluni punti irrinunciabili di cui ne cito solo due:
superamento della politica degli aiuti; sosteniamo di utilizzare i fondi
già stanziati non per iniziative produttive ma per ridurre il cuneo
fiscale per tutti i percettori di reddito del mezzogiorno. Da un calcolo
che abbiamo realizzato recentemente si evince che si potrebbero ottenere
riduzioni permanenti di vari punti percentuali di imposizione a diretto
beneficio dell’occupazione, della domanda e della redditività delle
imprese (anche settentrionali) opranti nel Sud. Si tratta di una
rivoluzione e quindi di difficile introduzione, ma è anche semplicissima
nella sua applicazione e nella sua fruizione: niente più discriminazioni
tra imprese e tra lavoratori, niente più danari non spesi o spesi male,
niente più corruzioni, niente più lavoro nero, e grande rilancio
della competitività e della credibilità della politica.
Secondo punto irrinunciabile è il restauro del sistema di
rappresentanza. Basti pensare alla situazione dell’agricoltura: mentre
l’intero comparto (che, ricordiamolo, garantisce il successo della dieta
mediterranea nell’intero pianeta) sta collassando, le principali
organizzazioni datoriali locali non riescono a profferire verbo;
Confagricoltura Puglia per esempio, si limita, di fatto, alla
compilazione dei cedolini paga e all’assistenza (pessima) nei rapporti
con l’ente previdenziale e la Regione. Ancor peggio è da dire di molte
altre organizzazioni di ogni settore che dovrebbero rappresentare le
imprese locali.
Organizzazioni che vengono ospitate dai media locali e nazionali quasi
che le loro parole coincidano con gli interessi delle imprese che dicono
di rappresentare. Cosa lontanissima dalla realtà! A questa deficienza di
proposte, (peraltro inoppugnabilmente documentata dalla situazione
attuale) non si contrappone nulla da parte della classe politica, che
trova in questa situazione un comodissimo cuscino sul quale far riposare
la propria incompetenza. Deficit di rappresentanza sul piano economico
come su quello politico con l’attuale legge elettorale; se sia i
politici che i rappresentanti degli imprenditori non propongono nulla
l’economia va alla deriva. Che fare? restaurare quelle Organizzazioni
per recuperare il proprio ruolo per renderlo più incisivo e più
positivo. Ma subito: senza rappresentanza siamo nell’anticamera della
rivoluzione.
Lascio nella penna per il
momento il tema del credito, come quelli della previdenza, del fisco,
del lavoro e della energia, tutti ugualmente sostanziali. I soli due
punti presentati, ancorché elementari, sono utopici per la classe
dirigente del nostro paese attaccata a discorsi corretti ma scolastici
quali la formazione, le opere pubbliche, la sicurezza, la scuola, la PA,
ecc. questi sono campi di intervento ordinario e non eccezionale. La
sferzata (parola del Presidente Ciampi ormai di vari anni fa e
totalmente disattesa) necessaria è ben altra ed è sistemica. Certamente
serve l’innovazione di processo e di prodotto ma prima di ogni altra
serve la innovazione di sistema.
Quindi ringrazio dell’attenzione serbata a queste poche righe e
ribadisco la mia convinzione che anche questo dibattito non servirà ad
altro che a definire chi gestirà i danari da spendere nel prossimo
futuro nel sempiterno problema meridionale.
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