Sostituto d'imposta e rappresentanza

di Canio Trione   

  

Se uno studioso proveniente da un’altra parte del mondo si chiedesse quale è il core business di una impresa italiana dovrebbe rispondersi “rastrellare danari per la Pubblica Amministrazione”. Dall’analisi dei conti infatti emergerebbe immediatamente che alle imprese di casa nostra è demandato il compito di prelevare:

a) la tassazione indiretta sul consumo (IVA) che copre da sola approssimativamente il 20% del ricavo;

b) la previdenza e la tassazione diretta sul lavoro dipendente il cui ammontare non è quantificabile precisamente ma certamente è oltre il 35%.

Totalizzando queste due sole poste, si ottiene una cifra certamente oltre la metà del ricavato. Ma non è finita, anzi solo adesso comincia il calcolo delle tasse proprie dell’impresa: quelle relative al reddito prodotto dall’imprenditore stesso e tutte le altre innumerevoli tasse locali e non che gravano su ogni suo passo. Per riuscire nell’intento impostogli, l’imprenditore, trasformato in burocrate, è chiamato ad informarsi sulle mutevoli disposizioni vigenti e ad applicarle con precisione e tempestività in quanto - asserisce la Pubblica Amministrazione - amministra danari non suoi!!! Quindi il ruolo di gran lunga prevalente dell’imprenditore e dell’impresa da lui diretta è quello di rastrellare danari per il potente di turno.

Ovviamente accade che qualcuna di queste tasse viene evasa, quanto meno per dimenticanza, ma anche per spontaneo ossequio alla massima agostiniana che nel “De libero arbitrio” (uno dei fondamenti della dottrina cristiana) testualmente recita: “Non videtur esse lex, quae iusta non fuerit”. Quindi ha fatto bene quell’imprenditore di Pordenone che ha pagato i suoi dipendenti al lordo della loro busta paga e quindi li ha invitati a provvedere essi stessi a pagare le loro tasse? (Piero Ostellino sul Corriere della Sera di qualche giorno fa). Certamente si, anzi sgomenta, ma non meraviglia, che questo comportamento non sia stato promosso dalle categorie o dai partiti. Non meraviglia, amaramente, per la conclamata collusione ormai strettissima, al limite della identità, tra rappresentanti di categorie, partiti (che dovrebbero difendere i produttori) e Pubblica Amministrazione (che invece li perseguita). Ma, viene da chiedersi: chi rappresenta le imprese nelle loro vere necessità? Al di fuori di qualche periferica e limitatissima rivendicazione, nessuno; nessuno dice chiaramente che la vera contrapposizione politica oggi non è tra patronato e conservatori (destra) e proletariato e progressisti (sinistra); ma tra economia e burocrazia (o Pubblica Amministrazione che dir si voglia), tra base produttiva e macchina amministrativa che non solo costa ma anche ostacola il regolare svolgimento dell’attività produttiva demotivando le forze migliori, che rimangono fuori dal mercato e premiando chi specula o evade. Naturalmente nessuno denuncia con la necessaria chiarezza questo immenso salto cultural-politico succeduto alla fine delle ideologie del secolo appena concluso; quindi assistiamo alle compagini politiche contrapporsi senza avere una identità programmatica fondata su di una corretta analisi del presente e quindi proiettata al futuro.

L’ormai lontano 18 agosto del 1999 Giuseppe Are sul Sole 24 Ore con grande coraggio e chiarezza denunciò con una frase quanto mai profetica ed attualissima: “Quali argomenti si possono usare per affermare che questi gruppi politici nel loro insieme hanno un vero progetto etico o anche solo pragmatico ed efficientistico circa cosa dovrà essere il Paese domani?...a lasciarli fare lo Stato, come combinazione finalizzata ed unitaria di volontà ed interessi, non esisterà più”.

 

 

Webmaster ciemmepi