Violenza negli stadi... e politica

di Canio Trione   

  

Gli ultras dell’Atalanta hanno cercato di aggredire il Ministro leghista Maroni per contrastare la introduzione del controllo di massa sui tifosi. In tutti gli altri stadi d’Italia la reazione è stata durissima. Però la reazione dei gerarchi leghisti è stata molto più grande di come ce la si poteva attendere e si inacerbirà ulteriormente nel prossimo futuro. Come mai quattro facinorosi riescono a far perde le staffe a dei Ministri? Certamente i leghisti si sono visti punti sul vivo: un Ministro, fiore all’occhiello di un movimento che senza di lui rimarrebbe quasi privo di personalità capaci, viene contestato proprio nel cuore del bacino elettorale leghista: è una figuraccia che getta una ipoteca enorme sull’avanzata irresistibile del Carroccio. Una figuraccia che getta un’ombra enorme sull’immagine di invincibilità che Bossi sta coltivando nel Nord.

Ma i leghisti dovrebbero arrabbiarsi di meno e preoccuparsi di più per altro che non sia un problema di immagine: quella contestazione crea un vulnus enorme su qualcosa di centrale nella politica della Lega e non solo. Guardiamo quale.

Il tesserino del tifoso o come lo si voglia chiamare, è l’applicazione negli stadi di una politica inaccettabile ed inaccettata che è comune a tutti gli schieramenti; secondo questa politica per colpire i pochi che l’amministrazione non riesce a fermare si limitano le libertà di tutti. Questa politica è, a ben guardare la stessa che legittima la utilizzazione delle intercettazioni telefoniche, l’utilizzo di mezzi di controllo di massa in finanza, in banca, nella lotta all’evasione, nella lotta alla mafia, nel dispiegamento ormai massiccio di telecamere, autovelox, autored,… la assenza, spesso totale, di capacità di ottenere il rispetto spontaneo delle leggi porta alla scorciatoia di limitare tout court la libertà di tutti. Una politica attuata con circospezione ma senza dubbi e tentennamenti ed è la politica che rende inaccettabile chiunque la ponga in essere e che si giustifica sempre con la stessa ragione “maggiore sicurezza per il cittadino”. Ridurre gli spazi di autonomia e di libertà è paradossale se attuata da un movimento che si rifà alla libertà come leit motiv propagandistico e come essenza della sua stessa esistenza, ma cosa vitale se posta in essere da un movimento leghista: se il federalismo si traduce in un centralismo “minore”, cioè piccolo, bigotto ed autoritario non solo non è un passo avanti ma è la morte di ogni speranza di risanamento riposta appunto nel federalismo. Il rischio che da medicina di tutti i mali il federalismo si traduca in un provincialismo ottuso è sempre dietro l’angolo: che senso ha per l’uomo della strada che le proprietà pubbliche siano detenute da Roma o dal capoluogo regionale se a lui, umile cittadino-suddito, non riviene neanche una congrua riduzione di tasse con annessa riduzione della persecuzione fiscale e burocratica? Che senso ha il trasferimento di poteri e proprietà se questo non si traduce in aumento del benessere e delle libertà che possano liberare risorse e forze di progresso? E qui siamo al dunque: se la destra rimane condizionata in modo così pesante da un movimento come quello di Bossi che per realizzare i propri obiettivi che promette o fa sognare ai suoi elettori ricorre a negare progressivamente sempre più libertà finirà per sostenersi solo grazie alla inconsistenza di una alternativa credibile di governo. Peraltro le leggi ben fatte sono quelle che vengono rispettate spontaneamente dai cittadini; se questo non è andrebbe fatta autocritica da parte del legislatore e mai cedere alle tentazioni autoritarie. Le leggi, spesso sballate quanto meno nella loro applicazione concreta, non solo non aiutano ma portano senza indugi alla creazione di uno iato tra cittadini e politica. Cosa che, guarda caso, è quello che sta accadendo oggi.

Dalle intemperanze di una sparuta minoranza di bergamaschi potrebbe venire un insegnamento fondamentale per tutta la politica. Lo saprà leggere, e, magari poi, capirlo? Vedremo.

 

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